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Il valore (economico?) del coming out di Tiziano Ferro

Quel che mi ha colpito nella vicenda del coming out di Tiziano Ferro, a parte gli aspetti umani, personali e le sperabili ricadute sociali, è il lato imprenditoriale. L’elemento del marketing.

Penso che un uomo come Tiziano Ferro difficilmente possa decidere un passo come quello che ha compiuto senza concordarlo prima, e nei dettagli, con i suoi manager e i suoi discografici.E così deve essere andata. Perchè il coming out di Tiziano Ferro, ancorchè naturale e veritiero, non ha il sapore di una confessione scappata durante un’intervista. Ma sembra più la campagna pubblicitaria per il lancio del restyling di prodotto: “Ed ecco a voi Tiziano Ferro. Da oggi disponibile nella nuova Gay Version”.

Un libro in uscita per i tipi di Kowalski (la super trendy casa editrice di Gino&Michele), un intervista con copertina su Vanity Fair, una lettera in prima pagina su Il Corriere della Sera e un’intervista in prima pagina su La repubblica: una pianificazione pubblicitaria perfetta.

Io credo sia un bene.

Alla faccia di quanti, nel movimento omosessuale italiano, già storcono il naso, lanciano accuse di imborghesimento e svilimento dell’istituto del coming out, si sentono superati nelle loro battaglie per la visibilità da un razzo che va ai mille kilometri all’ora, credo che oggi il nostro Paese abbia fatto un piccolo passo avanti.

Io non ricordo nè il coming out pubblico di un personaggio così importante (senza offesa ai Mastelloni, ai Gullotta o ai Malgioglio e forse anche a Pasolini: non c’è paragone in termini di notorietà e influenza sociale) nè tanto meno un appoggio così deciso da un’azienda italiana (ma anche dalla derivata italiana di una multinazionale come nel caso della EMI) che finalmente non nasconde la testa sotto la sabbia per la paura di chissà quale ricaduta economica negativa.

Fino ad ora abbiamo solo subito (è il caso di dirlo) aziende che strizzano l’occhio al pubblico gay e lesbico, si rivolgono con messaggi più o meno espliciti ai consumatori gay sbattendosene ampiamente le palle (scusate il francesismo) di sostenere o promuovere qualsivoglia iniziativa gay, lesbica, trans o queer. Dolce e Gabbana vi dicono niente?

Da oggi, invece, avremo una azienda che promuoverà un prodotto (non ce ne voglia Tiziano) dichiaratamente gay.

Si tratta di un piccolo segnale. Solo di un passo, appunto. Ma importante perchè significa che anche nel paludoso mondo dell’imprenditoria italiana qualcosa si muove nel senso giusto.

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