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Diario del Pride – Giorno -13

Libertà

La prima volta che abbiamo parlato di matrimonio egualitario era il 1995. In quell’anno qualcuno ancora oggi molto famoso diceva che il Pride doveva diventare una manifestazione dove il popolo LGBTQ dimostrava la sua voglia di pari dignità presentandosi come “normale”. “Vestiamoci normalmente”, “Manifestiamo in maniera dignitosa” erano le parole d’ordine di quell’anno. Per tutta risposta una parte di quel Pride (per la cronaca quella finita su tutti i giornali con non poco orgoglio da parte nostra) fu aperta da una trasgender vestita da torta nuziale, una lesbica vestita da sposo ed un gay vestita da sposa (se cercate le foto di quel Pride su internet, Bologna 1995, molti di voi riconosceranno facilmente almeno due delle persone che qui si citano). Abbiamo deciso di farlo perché la LIBERTA non si rivendica sottovoce, la libertà di essere ciò che si è la si rivendica URLANDO. Urlando con la voce, urlando con il proprio corpo.

Il Pride nasce da una rivoluzione (il caso vuole proprio avviata da una transessuale e da una scarpa con dei tacchi di 20 cm). E le rivoluzioni pretendono che non vi siano limiti nell’espressione, altrimenti non si chiamano rivoluzioni. Ogni volta che scendiamo in piazza per un Pride dobbiamo urlare con ogni fibra del nostro corpo e rivendicare la diversità come elemento di base del nostro essere. Se non lo facciamo con la voce, con gli slogan, con i colori, con la musica, con il corpo allora non stiamo facendo il nostro dovere. Oggetto della discriminazione di cui siamo ancora vittime è la nostra sessualità, il nostro genere, la nostra diversità dalla “norma”. Se noi non rompiamo quella norma cosa stiamo rivendicando? In questi giorni ho letto molti commenti su come l’immagine festosa e godereccia dei Pride possa addirittura danneggiare la rivendicazione dei nostri diritti. Nulla di più sbagliato: il giorno che rivendicheremo il nostro ORGOGLIO senza mostrare la nostra diversità, il nostro corpo e la nostra vera natura, ci conformeremo esattamente a quello che gli altri pretendono da noi: l’invisibilità. Noi non siamo e non saremo mai invisibili, non lo siamo con il nostro vissuto, che parte dal nostro desiderio, dalla nostra mente e dal nostro corpo. Se smettessimo allora, per quanti diritti ci possano essere riconosciuti, avremmo fallito la nostra battaglia.

Il nostro ORGOGLIO è sempre più vero quando è libero dai nostri PREGIUDIZI.

Piero Pirotto

 

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